Antichi miti, grottesche e sensualità in Castel Gavone

a cura di MUDIF Museo Diffuso del Finale

Castel Gavone, la dimora fortificata dei Del Carretto sorta sulla dorsale del Bechignolo forse nel XII secolo e ricostruita da Giovanni I nel 1452, pur mantenendo le sue originarie funzioni militari, nel tempo assunse sempre più le caratteristiche di una prestigiosa residenza destinata a ospitare nelle sue stanze la corte marchionale.

In particolare, i piani alti della “torre dei diamanti” e degli ambienti retrostanti, eretti intorno al 1490, erano destinati alla vita privata della famiglia marchionale con la “camera depincta” e la sua “recamera”, che guardava sulla corte interna, oltre alla “camera dei laggioni”.

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Nei due ambienti superiori della torre si conservano, nelle lunette, affreschi con scene tratte dal mito di Proserpina: il suo rapimento da parte di Plutone mentre la dea raccoglie fiori presso la fonte Aretusa, nelle cui acque è immersa la ninfa Ciane; in una seconda scena sua madre Cerere cerca la figlia con una fiaccola in mano su un carro trainato da un drago.

Se la ricorrenza del carro nelle due scene è un chiaro riferimento onomastico ai Del Carretto, il mito di Proserpina è legato all’alternarsi delle stagioni e alla fertilità della terra, ma anche si incentra sull’invaghimento e il rapimento della giovane trascinata negli Inferi da parte del dio della terra e della morte.

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Nel 1550 il rapporto tra due potenti famiglie liguri, i Del Carretto e i Doria, fu ulteriormente consolidato con la stesura del contratto per il futuro matrimonio, in effetti celebrato solo nel 1558, tra il giovane erede di Andrea Doria, il nipote Giovanni Andrea, e la coetanea Zenobia del Carretto, figlia di Marcantonio e di Giovanna de Leyva.

La decorazione “alla moderna” delle camere residenziali della “torre dei diamanti” potrebbe quindi essere datata intorno alla metà del XVI secolo o agli anni immediatamente successivi, probabilmente prima di quel fatidico 1558, quando Alfonso II fu costretto dalla rivolta popolare e dall’intromissione di Genova nelle vicende del Finale ad abbandonare il castello e il feudo.

Una raffinata sensualità pervade questi dipinti, con raffigurazioni femminili colte mentre si immergono nelle acque. Ma questo messaggio viene anche ripreso nelle grottesche, con nudi femminili metamorfici e sfingi, ormai diffusi dopo il rinvenimento alla fine del XV secolo delle decorazioni della sotterranea Domus Aurea neroniana tra i colli del Celio e dell’Esquilino a Roma.

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